Don Burgio, la parola contro il bullismo

don claudio burgio(Articolo apparso sul Corriere della Sera del Marzo 2014 a firma di Elisabetta Andreis con interviste ai nostri ragazzi delle comunità)

“Quando accettano di parlare non per autoassolversi o giustificarsi, ma per farsi comprendere da chi li ascolta, hanno già cominciato a risalire la china”: la vede così, in positivo, il cappellano del carcere minorile Beccaria don Claudio Burgio che da molti anni segue gli adolescenti difficili della comunità di recupero Kayròs.

“I fili del dialogo con il mondo adulto e responsabile si riannodano d’improvviso, la risalita può prendere tante strade. E spesso non sono lineari, non bisogna perdere la fiducia”.

Anche se la violenza è lì, sbuca dalle parole di ragazzi che ne hanno combinate di tutti i colori e non mostrano rimorso: il don (sportivo, musicista, scrittore) non si scoraggia e non si scompone neanche davanti alle parole più dure. Verbalizzare la rabbia, si è convinto con l’esperienza, è il primo passo per domarla.

“Ci trovavamo in piazzetta a Quarto Oggiaro, volevamo andare a ballare e non avevamo i soldi, cosa dovevamo fare?”,

domanda provocatorio Daniele, 18 anni,  una fedina penale sporca per rapine e furiosi pestaggi, poi 7 mesi in carcere e infine Kayròs. Non è pentito di quello che ha fatto ma per i genitori ha quasi parole di tenerezza:

“Lavorano moltissimo, nelle pulizie. Hanno cercato di insegnarci il valore dell’onestà. Invece io son  qua, mio fratello in prigione”.

Cosa è andato storto? Hanno sbagliato qualcosa, quella mamma e quel papà, non hanno trasmesso il senso (anche piacevole) del limite?

“Io volevo tutto e subito, sempre di più, loro arrancavano per darmelo ma non riuscivano. Allora m’arrangiavo”.

Rapine? Rapine. Furti? Furti. Pestaggi? Pestaggi. Estorsioni, pure.

“Avrei voluto che mi chiedessero dei miei sogni, non dei voti di scuola. Io nello studio non sono mai andato bene, ho preso la terza media al Beccaria. Forse se mi avessero incoraggiato ad imparare il motocross, delle serate in discoteca non mi sarebbe importato più. E magari oggi non sarei qui..”.

O forse sì comunque, ragazzo. Perché anche il motocross ha le sue regole. E per raggiungere gli obiettivi bisogna saper faticare.

“Volevo auto grandissime, tanti soldi, la riverenza della gente: avevo scelto di fare il narcos e stavo iniziando,  mi avevano già fatto delle prove, ad esempio ho dovuto  sgozzare a freddo due cani. Le ho superate tutte”,

ride  Yaisy, 17 anni, testa mezza rasata, fino ai 12 in Colombia con la nonna. Poi suo papà l’ha chiamato in Italia:

“Lo vedevo come un idolo, lo rispettavo. Lui mi accompagnava alle partite di calcio, facevo il portiere, tifava per me. Voleva che vincessi a tutti i costi, ma non ero forte. Gli ambiti dove sono imbattibile li ho trovati poi”.

Picchia, Yaisy. Picchia forte.

“Massacro di botte”, precisa. “Le mani sono il mio sfogo”.

Ma in casa cosa è mancato?

“Mio papà era aggressivo, non parlavamo mai dei miei desideri. Aveva aspettative che non mi piacevano, mi ripeteva ‘Se non accetti le regole quella è la porta’. Mi è salita la rabbia. Un giorno mi sono dato da solo un pugno fortissimo, fino a spaccarmi lo zigomo. Ho detto alla polizia che era stato lui a picchiarmi. E mi hanno creduto ..”.

Il degrado, le rapine, i pestaggi. Il carcere. E infine, ora, il tentativo di recupero. Ma che cosa avresti voluto da tuo padre?

“Che condividessimo le regole da pari, non lui sopra e io sotto”. E adesso da lui vorresti qualcosa? “Che venisse e mi dicesse: da oggi ti accetto come sei”.

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