«Che differenza c’è tra ‘fare’ e ‘agire’?

Il ‘fare’ esige una competenza: punto e basta. E’ diventare abili nell’eseguire qualcosa che produca un oggetto. Anassagora, antico filosofo greco, già diceva che «l’uomo è intelligente perché ha le mani». Non implica alcuna responsabilità: si ripetono e si moltiplicano interventi educativi, alla lunga senza sapere perché e, a volte, senza sapere nemmeno per chi («Si fa così e basta!»).

Un giovane educatore, in comunità, può facilmente cadere nel tranello del ‘fare’: l’organizzazione prende il sopravvento e, così, si perdono di vista le persone.

L’’agire’ implica, invece, una soggettività, un compito, una responsabilità consapevole; non basta seguire il protocollo, far rispettare le regole: occorre ancor più avere chiare le finalità per cui compi quell’azione e non un’altra. Un educatore, in una comunità penale per adolescenti o in un’altra agenzia educativa, corre il rischio di essere solo un buon esecutore facendo tante cose senza, tuttavia, incidere minimamente sulla vita dei ragazzi che ha di fronte.

La prima necessaria formazione che i ragazzi apprendono è quella che osservano nel ‘fare’ o ‘agire’ dei loro educatori: se, osservandoli, vedranno in loro solo persone che svolgono un lavoro o un’attività in maniera distaccata e ripetitiva, non capiranno mai perché nella vita bisogna impegnarsi e spendersi oltre.

Se, invece, osservandoli, i ragazzi percepiranno persone che agiscono con intenzionalità, che ci mettono la faccia e credono in ciò che fanno, che danno senso e valore al loro impegno, allora nel tempo capiranno che, per stare al mondo, bisogna crescere nella consapevolezza, nella responsabilità, nella capacità di rapporto con gli altri, nel riferimento a valori etici, nella ricerca di senso».

da “Figli perduti e ritrovati” di don Claudio

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