Comunicazione e meta-comunicazione nel rapporto educativo con adolescenti autori di reato

di don Claudio Burgio

 01.INTRODUZIONE

 

La mia riflessione parte da ciò che l’esperienza mi consegna ogni giorno come cappellano dell’Istituto Penale Minorile “C. Beccaria” e come responsabile delle comunità Kayròs di Milano. Non è frutto, dunque, di un percorso di studi e di ricerca teorico-scientifica.

Il mio è un osservatorio parziale e limitato, ma egualmente capace di intercettare l’intero orizzonte giovanile con il quale, come ogni adulto, interagisco, mi confronto e comunico.

Il carcere minorile può essere considerato un avamposto, un microcosmo dal quale è possibile scrutare l’universo simbolico dei giovani e della realtà stessa.

Dentro gli spazi ristretti di una cella si elaborano spesso processi comunicativi che mettono a contatto il mondo “dentro” con la realtà “fuori”; c’è una comunicazione intensa che raggiunge e interpella il noi sociale, il noi ecclesiale, il me persona.

Il compito di un educatore e di un prete dentro un carcere minorile è proprio quello di sapere stabilire comunione con i ragazzi reclusi, con il personale educativo e con quello della sicurezza, attraverso una comunicazione efficace, perché – va rilevato subito – la comunicazione senza la comunione è un atto che rimane in superficie e che, se trasmette comunque informazioni, non può influire in alcun modo sul processo di crescita dell’adolescente e dell’ambiente carcerario stesso.

Perché un adolescente autore di reato cambi e orienti diversamente le scelte, di che tipo di comunicazione necessita?

Quale atto comunicativo è davvero in grado di trasformare l’io “fragile e spavaldo”[1] di chi, in giovane età, commette reati a volte efferati, tali da indurre un noto settimanale italiano a titolare in copertina “Questi mostri di mamma”?

Qui si pone il problema del linguaggio che non è solo il problema del come comunico, ma anche del che cosa comunico.

E’ la questione tra le più urgenti anche della Chiesa di oggi: quale linguaggio per comunicare la fede? Gesù stesso ha compiuto scelte di linguaggio per annunciare il Regno.

La cultura occidentale si è costruita sul primato della comunicazione verbale, lasciando in ombra altri codici comunicativi non-verbali. Anche nella Chiesa, la Parola ha preso il sopravvento, anche se non va confusa la Parola di Dio con un linguaggio meramente verbale, come ci attesta l’accezione stessa di “dabar”[2] che è semanticamente sia “parola” che “atto”.

La forma di comunicazione della Lectio magistralis o del convegno è prassi piuttosto diffusa nella Chiesa: si parla, si affrontano i problemi con linguaggi più o meno dotti e questo solleva la coscienza perché “nessuno osi dire che il problema non ci interessa!”. Tutto questo parlare, però, rischia di sottrarci alla concretezza e di sollevarci dalla preoccupazione di dover affrontare realmente i problemi.

Con adolescenti autori di reato, così come con ogni adolescente, il solo linguaggio verbale non è sufficiente a comunicare. Gli adolescenti stessi comunicano con registri molto variegati e complessi; non sanno sostenere discorsi lunghi.

Le loro espressioni verbali sono spesso cifrate e sintetiche; penso al minimalismo del twitter o a locuzioni verbali che concentrano in poche parole molte sfumature espressive come “Ci sto dentro di brutto” o “Ci sto dentro un cifro”. Un educatore che si avventuri in lunghe comunicazioni discorsive è già tagliato fuori.

Il fenomeno comunicativo, così come l’intero sistema comunicativo, è sintesi di componenti diverse: aspetti linguistici (parole, intonazione, pause) e modalità extra-verbali (sguardo, gesto, mimica, movimenti di avvicinamento e di allontanamento fra gli interlocutori).

Tutto ha valore di messaggio: l’attività o l’inattività, le parole o il silenzio.

Dentro una cella comunichi con le parole, ma ancor più con lo sguardo, col silenzio, con una partita a ping-pong, di fronte ad una foto o una scritta sulla parete della stanza.

Proprio la comunicazione così intesa è il luogo essenziale in cui è possibile rintracciare l’uomo nella dualità del noi, superando la logica del predominio che tanto va di moda nei dibattiti non solo televisivi. Solo una comunicazione che non si riduca a mera informazione, ma diventi meta-comunicazione, ovvero si presenti nella sua natura simbolico-effettuale, è davvero capace di generare cambiamenti, appartenenza, educazione.

Solo una comunicazione che sappia rispettare i tempi dell’altro, i tempi di silenzio e di attesa e che sappia rispettare i ritmi dell’alternanza educativa su cui è fondato il dialogo, può essere una comunicazione che incide sul piano delle relazioni e dei significati.

02.LA PAZIENZA DELL’ASCOLTO PER UNA BUONA PRASSI COMUNICATIVA

Qual è la sorgente di tale comunicazione?

Qual è il primo passo per un educatore per stabilire vera comunicazione con ragazzi difficili?

Primo requisito è la pazienza dell’ascolto; un ascolto che richiede ἐποχή, come segno di rispetto e forma di amore verso l’altro, contro ogni tentativo di adulterazione del messaggio.

Un ascolto che richiede un atteggiamento di vera e propria spogliazione di sé, delle proprie precomprensioni, nella consapevolezza che ciò non significa eliminare ogni forma di pregiudizio, ma può voler dire creare le condizioni per una purificazione dello sguardo.

Un ascolto che va oltre le parole e che richiede tempo perché avvenga una narrazione autentica di sé e perché accadano storie di consegna di sé nella fiducia.

E’ importante ascoltare nel tempo come questi adolescenti si narrano, quali parole, quale linguaggio del corpo utilizzano. In un rapporto educativo gli scambi comunicativi non sono mai esaustivi, ma dirigono il rapporto verso un oltre, verso una nuova conoscenza di sé e dell’altro, verso una reciprocità inedita.

Un atto comunicativo, all’interno del rapporto educativo, è sempre un atto in divenire, un atto dinamico, capace di formare la personalità dell’educatore e dell’educando.

Tutto ciò avviene sempre all’interno di un preciso momento storico, culturale, sociale, perché l’incontro con l’altro non avviene mai a livello astratto, come insegna anche E. Stein quando scrive che la relazione educativa è, innanzitutto, una relazione personale, un guardarsi negli occhi, un vivere in situazione.[3]

L’incontro educativo si dà sempre dentro uno spazio e un tempo precisi: nello spazio spesso esiguo di una cella si consuma un tempo che non è solo Κρόνος, ovvero un susseguirsi di ore e giorni sempre uguali, ma più propriamente un καιρός, un avvenimento puntuale dotato di senso. Un ascolto paziente deve misurarsi con la storia pregressa, spesso drammatica, dell’adolescente che incontri, con la storia della sua famiglia di origine, con l’ambiente nel quale è cresciuto. C’è una tendenza gregaria dell’umano che impedisce, anche in ragazzi così giovani, di crescere nella propria libertà e li costringe a rifugiarsi nel grande corpo sociale come fonte di maggior sicurezza, in un processo di omologazione e identificazione a massa.

Molti adolescenti preferiscono appoggiarsi passivamente al gruppo dei pari, alle logiche malavitose di quartiere, alla triste e sempre più diffusa moda dei policonsumi; fanno fatica a pensarsi all’altezza del compito che impone la loro libertà.

Così, l’adolescente finito in carcere tende, presto o tardi, a identificarsi persino con il reato commesso.

“Sono uno spacciatore!”, mi dice Nicolò al Beccaria. “No, non sei uno spacciatore; sei un ragazzo che a un certo punto della sua vita ha commesso il reato di spaccio”, tento di rassicurarlo io. “Che differenza c’è? Sono sempre uno spacciatore!”, mi ripete l’adolescente in questione.

“C’è un’enorme differenza: tu non sei il tuo reato! La tua vita è anche altro. Quante capacità buone e belle possiedi…”, provo a dirgli senza, tuttavia, riuscire a convincerlo del tutto. Passano due mesi. Un giorno sento chiamare Nicolò da un altro ragazzo: “Oh, sfigato!”. Nicolò, si volta e con grande calma risponde: “Non sono sfigato; sono un ragazzo che ha sfiga!”.

 

Il cammino della consapevolezza esige tempi che non sono definibili e che non possiamo prestabilire noi adulti.

Nel percorso penale con un minorenne si parte sempre dal reato; eppure, mi ha sempre colpito la peculiarità della giurisdizione minorile italiana, ove il magistrato si pone come giudice dell’ascolto, della comunicazione e non della punizione, teso a decisioni che devono essere il più possibile comprese dai ragazzi. L’obbligo per il pubblico ministero e per il giudice di assumere elementi sulla personalità del minorenne e sulla sua vicenda familiare, al fine di accertarne l’imputabilità e il grado di responsabilità, nonché di valutare la rilevanza sociale del fatto e disporre le adeguate misure penali e civili, fa comprendere bene la prevalenza delle esigenze educative su quelle della difesa sociale. E’ netta, in questo senso, l’opzione per il ricorso il più possibile limitato al carcere: l’esperienza carceraria ha sempre effetti stigmatizzanti e può impedire lo sviluppo nei ragazzi di un’identità positiva, favorendo così l’appartenenza al mondo deviante.

03.I REGISTRI DELLA COMUNICAZIONE EDUCATIVA

Quali sono i registri di questa comunicazione?

Dopo un ascolto attento, quali sono i linguaggi più appropriati per questi adolescenti?

C’è, innanzitutto, il registro narrativo.

E’ il registro più utilizzato nella Sacra Scrittura. Che cos’è il Cristianesimo se non una comunità narrante? Chi è Gesù se non una persona narrata?

La Chiesa non è forse una comunità che annuncia narrando la gioia del Vangelo?

C’è sempre il rischio, nella comunicazione educativa, di perdere l’innocenza narrativa, come è avvenuto nella storia con l’Ellenismo.

Più che mai con adolescenti difficili non basta enunciare discorsi, concetti, valori; i nostri ragazzi hanno bisogno di raccontarsi e di ascoltare narrazioni di vita vera.

“Se i valori sono proclamati, perfino insistiti e magari culturalmente diffusi, ma è debole l’intelligenza del reale, il bene sarà più probabilmente una sigla, una scatola vuota”.[4]

Spesso la diagnosticata mancanza di valori nei giovani è figlia di una possibile alterazione degli sguardi. Se l’adulto non comunica più la vita così come la vede, il valore rimane astratto e si svuota. La narrazione, poi, non può avvenire in forma asettica, neutrale, ma impegna soprattutto il registro empatico. L’empatia è termine associato alla capacità di sentire i sentimenti di un altro; più ancora è capacità di rimanere nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio. Per quanto ci si possa aprire all’accoglienza dell’altro fino a condividerne gioie e sofferenze, l’altro rimane sempre indisponibile a una comprensione totale, chiuso com’è nella sua irriducibile solitudine. L’amore empatico è amore senza fusione.

“Ciao, io sono don Claudio; tu come ti chiami?”, domando a Francesco, un sedicenne recluso al Beccaria da pochi giorni. “Cazzi miei”, è la risposta perentoria del ragazzo.

Da pochi mesi come cappellano al carcere minorile di Milano, rimango per qualche istante interdetto dalla non prevista dichiarazione di Francesco.

Il registro narrativo di tipo empatico ti può accogliere, abbracciare, ma mai requisire.

La mia innocente domanda empatica a Francesco è arrivata alla mente e al cuore del ragazzo come un tentativo maldestro di appropriazione indebita. Al Beccaria, dire semplicemente il nome è già una narrazione sofferta; consegnare il nome è affidare la propria identità, la propria storia familiare e personale, è fidarsi dell’altro. Alcuni cognomi sono già conosciuti nell’ambito della criminalità organizzata; non è facile per un adolescente essere riconosciuto e ricondotto, attraverso il nome, al clan mafioso di appartenenza.

C’è, poi, la fatica del nascere a se stessi, dell’abitare il proprio nome. Comunicare con un ragazzo in cella è spesso ritrovarsi davanti a un orfano di identità, inizialmente segnato dalla paura e dalla diffidenza, incapace di narrarsi, travolto dall’angoscia di non essere accolto per come è, di non valere agli occhi degli altri, di rimanere invisibile.

Dopo poco tempo, Francesco in carcere mi consegna non solo il proprio nome, ma anche la propria storia di vita, le proprie emozioni; lo fa con lo stile narrativo persino di una lettera:

“Questa sera sono qui, su questo sfondo bianco della mia cella, per esprimere i miei pensieri.

La mia testa sta esplodendo, perché ho mille pensieri che mi travolgono…Avrei bisogno per un giorno di chiudere la mente e riposare, ma questo non è possibile…. Ci sono ferite interiori impossibili da cicatrizzare e c’è tanta rabbia accumulata per troppo tempo, per le mille delusioni, per la quantità di colpi presi al cuore. E’ per questo che dall’amore sono passato all’odio.

Ci sono persone che l’odio non lo esprimono, se lo tengono tutto dentro: sbagliatissimo, perché non ce la faranno mai a contenere questo sentimento così doloroso, ma allo stesso tempo così costruttivo.

Sì, l’odio è anche un sentimento costruttivo, perché da tutte le delusioni impari molto; la vita di tutti i giorni ti insegna qualcosa e allora impari ad aprire di più gli occhi e a fidarti.

Chi è passato dall’odio sa apprezzare la libertà, sapendo che la libertà assoluta non esiste; bisogna saper riconoscere i propri limiti, fino al punto di essere in sintonia con te stesso…”.

La comunicazione narrativa, dunque, non è soltanto questione di tecniche più o meno brillanti ad effetto speciale; non c’è miracolo comunicativo nell’arte pedagogica senza la compassione, la pietas medievale che è riconoscere e rispettare l’uomo in ogni uomo.

“Non si può sentire con qualcuno, non è possibile sentire il suo sentire, senza riconoscersi subito sfidati a una condivisione della medesima terra calpestata”.[5]

C’è, poi, il registro simbolico (il simbolo evoca, rimanda a): è il linguaggio di Gesù.

E’ soprattutto quel linguaggio extra-verbale che rimanda a un’ulteriorità di senso.

Penso anche solo all’abito da suora dell’infermiera dell’IPM Beccaria o al colletto da prete: piccoli segni (σεμεια) che rappresentano non un modo per anteporre un ruolo (ancora nella logica del predominio), ma una cifra per svelare identità.

L’adolescente ha bisogno di incontrare figure adulte definite. Al Beccaria, suor Pierangela, nel suo ruolo di infermiera, è vestita da suora: anche un vestito, senza altre parole, può diventare occasione di annuncio e di cura.

Penso ai tanti linguaggi simbolici che gli adolescenti utilizzano per comunicare e rappresentare se stessi: il look, per esempio. Se un adolescente avverte che quel vestito, quel piercing e quella colorazione di capelli hanno effetto sugli altri, allora quello diventa il modo per affermarsi, per mettere in scena il proprio temporaneo copione.

Così, anche solo un cappellino a visiera rigida che oscura il volto può meta-comunicare identità: quel cappellino può diventare parte integrante dello schema corporeo di un adolescente, un prolungamento dell’io. Perciò lo indosserà sempre, anche in classe a scuola e non basterà un perentorio “Togli quel cappello…” per convincere il ragazzo ad assecondare l’insegnante. Se tu adulto non cogli la portata simbolica di quel comunicare se stesso attraverso il cappellino sul volto, non potrai mai ottenere cambiamenti significativi.

Così, ancora, avviene con gli occhiali da sole in pieno inverno, magari nel buio di una sala giochi, che regalano all’adolescente l’emozione di potersi svelare quando vuole o di rimanere nascosto e misterioso. L’adolescente, in fondo, è un animale simbolico, costretto più di altri a costruire continue nuove rappresentazioni di sé.

Osservo il linguaggio dei tatuaggi sul corpo che rappresentano non tanto una moda trasgressiva, come erroneamente si è portati a pensare, quanto un segno della creatività dell’adolescente e del suo bisogno spesso disperato di comunicare, di rendersi visibile.

E’ il linguaggio, soprattutto, dei ragazzi del carcere che si tatuano il corpo anche con mezzi “tribali” pur di affermare il loro esserci e pur di sentirsi legati a qualcuno di importante; molti di questi tatuaggi fanno riferimento proprio al loro mondo familiare e agli affetti più cari. Come Zaccaria che si è tatuato il volto della mamma lontana sul petto in prossimità del cuore.

Altri tatuaggi sono segno, a imperitura memoria, del passaggio in carcere: i cinque puntini sulla mano o sul braccio (quattro a forma di quadrato e uno in mezzo, dentro il quadrato) indicano, per esempio, la condizione di isolamento del detenuto rinchiuso tra le quattro mura dell’istituto penale. I tre puntini tatuati sempre sulla mano o sul braccio appartengono più al linguaggio mafioso: “non sento, non vedo, non parlo”.

I segni sul corpo sono un linguaggio vivente spesso anche di sofferenza. Capita non di rado di osservare le cicatrici sulle braccia e sul petto di molti ragazzi magrebini, segni di un autolesionismo che assume tanti e complessi significati; così come capita di osservare le cicatrici sulla pelle di molti ragazzi sudamericani, segno delle lotte intestine a suon di coltelli tra bande di latinos nei quartieri periferici cittadini. Segni di una vita violenta che poco hanno a che fare con la sacralità della persona e del corpo umano come “tempio di Dio”[6].

C’è, ancora, il registro esperienziale.

L’esperienza è il modo principale della conoscenza umana; il percorso di indagine del reale parte sempre da un esperire sensibile. Per un adolescente autore di reato, le modalità dell’arresto, il rito delle foto segnaletiche e delle impronte digitali in caserma, sono esperienze forti che hanno conseguenze a volte drammatiche e che segnano inesorabilmente il rapporto con se stesso e con le istituzioni.

Un educatore non può comunicare ciò che non vive; l’atto comunicativo rivela sempre la personalità dell’educatore, la sua coerenza e trasparenza, la sua visione del mondo e i valori ai quali fa riferimento.

Come chi comunica la fede: in un’epoca che ha decretato la fine del regime di cristianità, non si può pretendere di comunicare la fede associandola alla trasmissione verbale delle fondamentali nozioni dogmatiche.

Parimenti, non puoi educare oggi, evocando semplicemente le regole, i divieti, le conseguenze punitive di certe azioni (“Non fare questo, non fare quello…se no vai in carcere”).

Quella sulle convenzioni non è una comunicazione convincente.

Il primo modo di comunicare è con la vita; prima di affinare altre competenze, ti devi chiedere cosa posso trasmettere (non solo come). Non devo convincere a forza un adolescente, non ho una verità da imporre, ma devo assumermi la responsabilità di un viaggio che è da fare insieme, come veraπαιδεία.

In tal senso, l’ordinamento della giustizia minorile ha valorizzato il ruolo delle comunità educative di accoglienza, come luogo alternativo alla detenzione carceraria o come tempo di “messa alla prova”.[7]

La comunità educativa è luogo di comunione, di reciprocità nell’accoglienza del diverso da me e nel comune impegno di crescita verso un’autonomia possibile.

Certo, non puoi accogliere un ragazzo in comunità sottoponendogli, come prima cosa, il regolamento scritto della struttura che lo accoglie.

La mia scelta personale di vivere in comunità con i ragazzi deriva proprio da qui: come educatore, come prete, non puoi sottrarti, devi camminare insieme, non puoi comunicare solo teorie. L’adolescente è un attentissimo osservatore: sa se il tuo parlare nasce da convenzione o da convinzione, dall’esperienza reale o solo dai libri.

Il percorso comunitario deve favorire la possibilità di esperienze nuove che aiutino l’adolescente a ripensarsi dentro nuove progettualità positive di vita personale e a riposizionarsi con più consapevolezza nel quadro sociale.

A ogni ragazzo inserito nelle mie comunità Kayròs viene, inizialmente, affidata una camera e un piccolo budget per progettare e personalizzare il luogo dove dovrà passare qualche tempo della sua vita; è decisamente importante, a mio avviso, ridare spazio alla creatività dell’adolescente accolto, perché l’esperienza comunitaria sia vissuta da subito in forma proattiva. Ogni ragazzo viene accompagnato dagli educatori nella fase di progettazione della camera, nella ricerca dell’arredamento, nella sostenibilità delle spese.

La personalizzazione della camera è tappa iniziale; poi, si passa, con gli altri ragazzi ospiti, alla ridefinizione degli ambienti comuni, perché siano espressione di una condivisione e di una partecipazione attiva alla vita comunitaria.

Grande rilevanza hanno, nel progetto educativo di Kayròs, esperienze come il lavoro, lo sport e l’arte; sul valore terapeutico di tali attività non sto a dilungarmi.

Mi basta portare l’esempio di Salvatore, arrestato più volte per furto di motorini e macchine. Una passione, quella per i motori, iniziata nel suo quartiere già a dodici anni e protrattasi fino all’arresto all’età di sedici anni. Definito dai giornalisti il “baby-Vallanzasca”, il ragazzo si fa due anni di Beccaria; inserito successivamente da me in comunità, Salvatore inizia un tirocinio formativo presso un’officina meccanica di moto: non poteva essere esperienza più adeguata. Entrato nella presunzione di conoscere già tutto sui motori, Salvatore si lascia progressivamente sempre più entusiasmare: “Pensavo di sapere già tutto; non sai quante cose nuove sto imparando!”. Il datore di lavoro dà al ragazzo la possibilità, fuori orario di lavoro, di costruirsi un motorino con i pezzi di ricambio avanzati in officina, sotto la sua guida.

Salvatore otterrà il suo primo motorino conquistato con onestà e con fatica.

Anche lo sport, quando è esperienza guidata con competenza, diventa efficace nel processo di crescita di un adolescente. Nel gioco del calcio, per esempio, si sono sviluppate nel corso degli anni diverse metodologie di allenamento per i settori giovanili, volte a far acquisire nuove competenze non solo dal punto di vista motorio, ma anche da quello cognitivo e sociale.

Un adolescente, con alle spalle esperienze di carcere, non va buttato in campo senza una necessaria preparazione, onde evitare reiterate situazioni di frustrazione e di insuccesso.

Perché lo sport promuova benessere e rappresenti una nuova tappa nella conoscenza di sé, occorre affidare l’attività ad allenatori preparati e altamente formati.

Educare attraverso il gioco permette di introiettare regole sociali e comportamentali importanti, di fortificare l’autostima e di migliorare capacità di concentrazione, di problem solving, di elaborazione strategica e funzionale. Una seduta di allenamento non può essere lasciata all’improvvisazione; occorre coinvolgere l’adolescente in un lavoro motivato e consapevole a elevato contenuto situazionale con carichi tecnici, tattici, fisici sia progressivi che flessibili all’interno di un setting temporale e spaziale mutabile a seconda delle esigenze e nel rispetto delle caratteristiche psico-fisiche proprie del ragazzo stesso.

Così è l’arte, come esperienza educativa in grado di produrre nuova conoscenza di sé.

Non pochi adolescenti all’interno del carcere minorile scrivono canzoni, soprattutto nello stile oggi di moda che è il rap italiano; testi densi di contenuto esistenziale, espressione di un vortice di passioni interiori estremamente caotico, ma profondamente vivo.

Molti si dedicano allo studio di uno strumento musicale. Mi viene in mente Soufiane: iniziò a suonare la chitarra e si appassionò alle canzoni di De Andrè, cosa sorprendente per un ragazzo proveniente dalla cultura araba. Si faceva aiutare da un educatore per mettere insieme i primi accordi; era motivato, faceva progressi. Il piacere di suonare la chitarra lo condusse, senza che se ne rendesse conto, verso una disciplina e verso una nuova scoperta di sé. Così avviene anche nell’esperienza teatrale che in questi anni abbiamo sviluppato all’interno delle nostre comunità: da un iniziale laboratorio di arte espressiva, testimoniato dal video arteCurativa[8], all’allestimento dello spettacolo-testimonianza “Non esistono ragazzi cattivi”[9], rappresentato in diversi teatri milanesi e lombardi.

Bisogna ridare spazio alla creatività, alla fantasia insita in ogni forma di arte, perché i giovani ritrovino il gusto per la scoperta, per una tensione esplorativa che appassioni, che promuova benessere; solo dentro questo itinerario simbolico ed esperienziale, la nuova generazione può riappropriarsi di un ruolo e di un’identità sociale capaci di trasformare il mondo.

04.CONCLUSIONE

L’esperienza è la migliore maestra, è ilκαιρός, il tempo opportuno per dare senso al proprio impegno di crescita; persino il reato può diventare esperienza che educa.

Osservo i codici linguistici di Gesù nel suo incontro con Zaccheo, così come con tante altre persone, descritti nel vangelo e percepisco uno stile educativo che ancora oggi mi affascina.

In Lc 19, 1-10, si descrive in tre verbi l’azione educativa e comunicativa di Gesù: “Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse”. Ecco l’itinerario pedagogico giusto:

  • “giunse”, si fermò, non passò oltre: è l’esperienza dell’educatore che, davanti al disagio e al comportamento deviante dell’adolescente che ha di fronte, non fugge, non ha paura, non arretra, ma si apre al confronto e decide di abitare quel luogo di conflitto e spesso di disperazione;
  • “alzò lo sguardo”, si prese cura di lui, ne ebbe compassione: è quel sentimento di pietas che non si traduce in atteggiamento di commiserazione distaccata, ma si configura come “farsi carico del dolore altrui fino a farlo diventare tuo”;
  • “e disse”, parlò: è l’ultimo atto di Gesù che non antepone le parole ai gesti di autentica amorevolezza espressi nei due verbi precedenti; è quel parlare che diventa autorevole perché viene dalla coerenza e non dall’affermazione di sé.

L’itinerario pedagogico è questo; non può avvenire il contrario. La comunicazione senza la comunione non è efficace. L’autorità stessa non è prodotta dalla logica del predominio, ma è ascoltata solo all’interno di un’esperienza di prossimità.

Solo “se l’uomo rinuncia a predominare sull’altro e a voler vivere da solo”, come direbbe Lucrezio[10] la nostra esistenza guadagnerà senso umano e potrà avere diritto di parola.

Un adolescente si fida e sperimenta un cambiamento solo se ciò che gli consegni è frutto di ascolto, di com-passione. Solo allora, ciò che dici ha autorità; solo così, tu educatore, sai orientare uno sguardo diverso, verso un oltre.

Una comunicazione realmente educativa rivolta ai ragazzi del carcere, deve saper trasmettere il senso della Legge, filtrato attraverso l’intenzionalità del tuo parlare e agire pedagogico; non basta trasmettere l’anonimato universale della Legge in sé, ma come questa Legge ha umanizzato la tua vita e la vita delle persone intorno a te.

L’educatore deve saper trasmettere all’adolescente autore di reato che la Legge non è solo una limitazione esterna che impone alcune condizioni per il suo reinserimento nella società, ma è realmente un dispositivo per promuovere la vita nella sua forma umana, non ridotta alla mera soddisfazione dei bisogni impulsivi. Non c’è libertà senza responsabilità.

Occorre, con urgenza, far comprendere a questi ragazzi e a tutta la loro generazione che, recidendo il nesso che lega la libertà alla responsabilità, la vita sperimenta una libertà degradata a puro capriccio e che l’irresponsabilità del capriccio porta irrimediabilmente alla perdita di umanizzazione.

L’uomo non è solo una macchina di godimento, sottoposto continuamente alla spinta compulsiva del desiderio, come mostra il Salò di Pasolini.

Purtroppo, assistiamo sempre più impotenti all’evaporazione di un mondo adulto che si dilegua di fronte al peso delle responsabilità educative e affida l’educazione dei figli ad altre agenzie di comunicazione. In primis, Internet, definita ormai la “terza famiglia”.[11]

La rete, per un adolescente, può diventare il luogo dell’ambiguità, del falso.

E’, questa, una generazione connessa che apprende facilmente tecniche di sdoppiamento, di moltiplicazione dell’io. Milioni di giovani, nell’isolamento autistico delle loro camere, hanno interrotto ogni legame autentico con il mondo e si sono ritirati dalla vita, preferendo il ripiegamento narcisistico su di sé.

Ecco perché questi adolescenti hanno più che mai bisogno di incontrare persone reali e di comunicare con testimoni credibili.

Ecco perché il comunicare dell’adulto deve sempre essere improntato a sincerità (dal latino sine cera), a un parlare non velato, a un dire trasparente, così come ci hanno insegnato i Greci e la letteratura cristiana con la parola παρρησία.

Ecco perché non basta il ricorso all’uso aggressivo della Legge dei Codici per garantire il rispetto delle istituzioni; un adulto che non sa esercitare e comunicare la funzione simbolica della Legge è un adulto smarrito che genera smarrimento.

Quanti genitori incontro che invocano l’intervento di un giudice, di un’autorità altra perché non sanno più far fronte al capriccio dei loro figli!

C’è una generazione che si sente abbandonata dal mondo degli adulti, una generazione di giovani che cerca un confronto e che aspetta il ritorno del padre.

“Se gli uomini potessero scegliere ogni cosa da soli, per prima cosa vorrei il ritorno del padre”, afferma Telemaco, il figlio di Ulisse.[12] Non il padre-padrone, il mito nostalgico del pater familias, modello irreversibilmente esaurito; non l’imago di un’autorità meramente repressiva e disciplinare. Il padre che oggi viene invocato è una figura più umanizzata, più vulnerabile, capace, però, di comunicare, attraverso la testimonianza della propria vita, che ogni storia umana ha un senso e una dignità.

Nel linguaggio degli adolescenti autori di reato, la trasgressione è un’invocazione di aiuto, una domanda simbolica di riconoscimento.

“La domanda di padre che oggi attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza”.[13]

Anche per questo, alla fine dei miei giorni, a un cristiano come me, forse non verrà chiesto quanto abbia creduto, quanto piuttosto sia stato credibile.

[1] G. P. CHARMET, Fragile e spavaldo. Ritratto dell’adolescente di oggi, Laterza, Roma-Bari 2009.

[2] Il Dabar è il passaggio all’atto di ciò che è nel cuore ed esce dalla bocca (Nm 30, 13) o dalle labbra (Ger 17, 16); Dabar esprime insieme la parola e l’evento che suscita (Gen 22, 1; Gen 24, 66; 1 Re 11, 41).

[3] E. STEIN, Mutterliche Erziehungskunst (ms. 1932), ESGA 13, tr. It. In Id., La donna, cit., pp. 157-172.

[4] S. GUARINELLI, Il prete immaturo, Centro editoriale dehoniano, Bologna 2013, p. 84.

[5] Ivi, p. 202.

[6] 1 Cor 3, 16; 6, 12-20

[7] La sospensione del processo con messa alla prova (art. 28 D.P.R. 448/88) rappresenta un’innovazione nel processo penale minorile, in quanto tutte le ipotesi di probation, applicate anche in altri Paesi, suppongono la pronuncia di una sentenza di condanna.

L’art.28 D.P.R.448/88 può essere applicato in sede sia di udienza preliminare che di dibattimento. Con tale provvedimento il processo viene sospeso e il minore viene affidato ai servizi minorili dell’amministrazione della giustizia che, anche in collaborazione con i servizi socio-assistenziali degli enti locali, svolgono nei suoi confronti attività di osservazione, sostegno e controllo.

L’applicabilità della misura non è compromessa né dall’eventuale esistenza di precedenti giudiziari e penali né da precedenti applicazioni né dalla tipologia di reato; la decisione del giudice si fonda sugli elementi acquisiti attraverso l’indagine di personalità prevista dall’art. 9 del D.P.R. 448/88. Molto importanti sono infatti le caratteristiche di personalità del ragazzo che inducono a ritenere possibile il suo recupero, attraverso la mobilitazione delle sue risorse personali e di idonee risorse ambientali; è proprio sulla base di queste risorse che i servizi sociali elaborano il progetto di messa alla prova, che deve necessariamente essere accettato e condiviso da ragazzo.

In una personalità in crescita, quale è quella del minorenne, il singolo atto trasgressivo non può essere considerato indicativo di una scelta di vita deviante. L’istituto dell’art. 28 tende pertanto a non interrompere i processi di crescita del ragazzo, puntando al suo recupero sociale, considerato più probabile nel contesto sociale e familiare; la detenzione, al contrario, ne comporterebbe l’isolamento.

L’ordinanza di sospensione può anche contenere prescrizioni dirette a riparare le conseguenze del reato e a promuovere la conciliazione con la persona offesa dal reato.

La possibilità di prescrizioni relative alla riparazione-conciliazione induce il minore a prendere coscienza del significato del reato e promuove l’avvio del processo di responsabilizzazione.

In caso di esito positivo della prova, il giudice con sentenza “dichiara estinto il reato” e il minore imputato viene prosciolto dai fatti addebitatigli; l’esito negativo comporta invece la prosecuzione del procedimento (art.29 DPR 448/88).

[8] Cfr. video rintracciabile su youtube

[9] Cfr. video su youtube: “NonEsistonoRagazziCattivi” BACKSTAGE

[10] LUCREZIO, De Rerum Natura, V, 961.

[11] L. CIRILLO, E. BUDAY, T. SCODEGGIO, La terza famiglia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2013.

[12] OMERO, Odissea, traduzione e cura di M.G. Ciani, Marsilio, Venezia 2003, canto XVI, p. 249.

[13] M. RECALCATI, Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli, Milano 2013, p. 13.

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