L’INTERVISTA: 4 domande a Ciro Cascone Procuratore della Repubblica


Ciro Cascone procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Milano.

In questi giorni complicati, come procede l’attività del Tribunale? Molti ragazzi nelle comunità chiedono: la mia udienza si potrà fare?

I provvedimenti legati all’emergenza Covid19 prevedono che i processi con imputati la cui misura cautelare scade entro l’11  maggio vanno trattati, mentre tutti gli altri vengono rinviati a data successiva. In questo periodo si svolgono 5-6 processi a settimana. È necessario che chi si trova in carcere o in comunità esca il meno possibile, per evitare contagi e al fine di tutelare la salute individuale e collettiva. Capisco che per un giovane non è facile accettare queste condizioni, ma in questi giorni ci sono milioni di italiani…. agli arresti domiciliari.

Che valore hanno misure come la messa alla prova negli equilibri della giustizia minorile?

La messa alla prova è l’istituto principale, il “motore” della giustizia minorile, basato sull’ipotesi che i ragazzi, messi di fronte alla possibilità di fare scelte diverse da quelle compiute in precedenza, vogliano intraprendere la strada del cambiamento. Certo, so o necessarie risorse, operatori preparati che accompagnino il cammino di verifica, e servono  opportunità sul territorio, realtà che offrano occasioni di istruzione, formazione, lavoro, socialità.

Come è possibile sviluppare il valore educativo che una pena dovrebbe avere? In questa prospettiva che ruolo svolgono le comunità?

L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. A volte è difficile far capire ai ragazzi e ai familiari che anche una pena può avere un valore educativo se attuata coinvolgendo la persona condannata in momenti di riflessione e di costruzione di futuro. Sull’altro versante è necessaria una maturazione dell’opinione pubblica: quando una persona viola le regole della convivenza, la società la chiude in una “gabbia” – e alcuni sostengono addirittura che si devono “buttare le chiavi”. Ma prima o poi questo individuo dovrà uscire dalla gabbia, perciò deve prepararsi a tornare nella comunità. Per questo bisogna proporgli un percorso di accompagnamento fatto di “ripensamenti” e di attività che lo aiutino a costruire progetti di vita, che lo preparino al “dopo pena”, allontanando così la tentazione sempre in agguato di ricadere nell’errore commesso.

Che ruolo svolgono in questo senso le comunità?

Sono ambiti che preparano al ritorno nella società, palestre dove i ragazzi possono “allenarsi” a una nuova esistenza, anche se a volte loro non vorrebbero frequentare queste palestre. È importante perciò che abbiano buoni allenatori e “attrezzi” adeguati, che possano vivere in ambienti dove vengano coinvolti attivamente e scoprano quali sono le loro attitudini. E capire che per loro ci può essere un futuro migliore del passato da cui provengono.

Giorgio Paolucci

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