RIPARTENZE: Libasse Fall e Covid19; l’amore di Dio è più forte della paura

“Certo, anche io come tutti ho paura del coronavirus. Ma c’è qualcosa di più forte della paura: l’amore di Dio. Mi sento come un bambino che è certo dell’amore della sua mamma, che non lo lascia mai solo”.

Libasse Fall ospite della Comunità Kayròs

Libasse Fall è arrivato in Italia dal Senegal a 17 anni, anche lui come tanti inseguendo il sogno italiano coltivato nel villaggio vicino a Dakar in cui era nato. La partenza da casa, all’insaputa dei genitori, il viaggio in pullman fino in Mauritania, poi il mare, destinazione Spagna, mangiando cous-cous e latte e scrutando l’orizzonte per giorni interi alla ricerca di un profilo diverso dall’acqua. Quando arriva a Milano entra nel microcosmo dei minori stranieri non accompagnati. Viene assegnato alla Comunità Kayròs, passa i primi mesi inseguendo il miraggio di diventare calciatore professionista, come tanti ragazzi africani. Ci prova con le giovanili del Milan ma non sfonda, poi in una squadra di seconda categoria, ma un grave infortunio mette la parola fine ai suoi sogni di gloria. La realtà urge, e Libasse ha fretta di diventare grande. Prende il diploma di terza media, si iscrive a una scuola serale di servizi sociali, comincia un percorso universitario alla Cattolica in scienze dell’educazione. E intanto lavora in un supermercato. “Non voglio perdere tempo. Qui in Comunità la mia esistenza è ripartita. Mi trovo bene ma non voglio essere ospite a vita, ora il mio obiettivo è conquistare l’autonomia, farmi una famiglia e avere dei figli”. Considera Kayròs la sua seconda famiglia, dove ha incontrato un padre come don Claudio Burgio e il valore della gratuità: fare la cosa giusta senza pretendere di essere ricambiati. “Kayròs è una scuola di vita – racconta – dove convivere con tante realtà diverse, con giovani che si portano dentro ferite profonde ricevute in famiglia o con altri abbagliati dalla logica del guadagno facile e della violenza. Ho imparato ad ascoltare e a perdonare, a mettermi in discussione e a valorizzare i miei talenti. Sono cresciuto guardando come si muovono don Claudio, Giuditta, l’educatrice che mi ha accompagnato in questi anni, e tutta l’équipe che si prende cura di noi”.

Non ha dimenticato la sua terra, la sua fede musulmana e i valori ereditati dal padre che gli ripeteva spesso un detto senegalese: “Ricorda sempre da dove vieni e a cosa appartieni”. Ha tenuto il punto anche di fronte a qualche testa calda con cui in questi anni ha diviso l’appartamento in Comunità, senza mai scendere a compromessi e respingendo le tentazioni dello sballo e della trasgressione. E così, quello che la burocrazia cataloga genericamente come “minore straniero non accompagnato” è divenuto nel tempo un punto di riferimento educativo per molti suoi coetanei. Testimoniando che la strada del bene, anche se a volte è stretta, è umanamente più conveniente.

A  cura di Giorgio Paolucci

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