Il conflitto russo-ucraino raccontato da chi l’ha vissuto in prima persona

Molte sono le domande che dopo più di 100 giorni di guerra sorgono:
Perché c’è in atto una guerra tra la Russia e l’Ucraina? Cosa vuole il presidente russo Vladimir Putin?
Come sta andando il conflitto? Cosa sta succedendo realmente ? Cosa può accadere nelle prossime settimane? Ed il popolo ucraino ?
Per poter rispondere a tali quesiti e per provare a spiegare nel modo più semplice questo conflitto abbiamo chiesto aiuto ad una giornalista, inviata di guerra per il Tg1, Stefania Battistini un’amica dei ragazzi di Kayrós che è già stata in Ucraina tre volte.

Sala Polifunzionale Associazione Kayrós

Per conoscere meglio Stefania le abbiamo chiesto subito cosa l’ha spinta a diventare giornalista e lei ci ha risposto cosi: “quando avevo 15 anni pensavo: io voglio stare in mezzo ad una strada, non voglio stare dietro un computer, voglio vivere le persone, voglio capire perché accadono i fatti, questa è stata la spinta, ho sempre pensato che volevo stare in quei luoghi dove le persone hanno meno voce; il giornalismo dev’essere uno strumento per far parlare chi non può, per ritrovare degli equilibri. In situazioni di potere ci sono le conferenze stampa dove parlano i proprietari d’azienda, i leader politici ecc. io invece voglio far parlare le persone, non sempre ci si riesce, mi è andata bene, ho sempre pensato di voler essere in luoghi dove c’è sofferenza”.

Stefania Battistini inviata del TG1

Per fortuna il giornalismo non sta solo nei luoghi di potere, spesso i giornalisti come Stefania vanno alla ricerca della verità anche raggiungendo luoghi che nessuno conosce.
Essendo un’inviata di guerra le abbiamo chiesto come mai avesse accettato un rischio del genere, ci ha raccontato che tutto è partito da un annuncio del presidente Biden che avvisava, circa dieci giorni prima, dell’imminente invasione russa in Ucraina, con tanto di data ed orario.

Cosi, su suggerimento della sua redazione, lei e la sua troupe si sono mossi verso i territori ucraini del Donbass con largo anticipo ed hanno trovato una situazione normalissima, la vita andava avanti come sempre, ristoranti, negozi ed uffici aperti; il popolo che tranquillamente andava a lavoro o a scuola o al parco.
Proprio mentre erano in Donbass, dove già da otto anni si sentono bombe e scoppi di armi causati dai russi, il presidente Putin ha annunciato l’inizio dell’ “operazione militare speciale”; in 7 ore è entrato con i carri armati passando dalla Bielorussia e Chernobyl sapendo che, dopo il disastro nucleare del 26 aprile 1986, l’Ucraina lì non li avrebbe mai fermati, invadendo così il territorio dalla periferia.

La sensazione che Stefania ci riporta era che stesse scoppiando la terza guerra mondiale, spontaneo il paragone con i sobborghi milanesi e Milano, immaginando una simile situazione, paura e terrore sono i primi sentimenti che si provano; quella mattina la popolazione si era alzata come sempre per vivere la loro quotidianità e si sono ritrovati i carri armati in città.

L’ingresso in questi luoghi da parte della stampa è avvento all’inizio di aprile, solo quando i russi non erano più li.

La situazione era terribile, case completamente distrutte e strade piene di cadaveri lasciati lì; gente che urlava ai giornalisti di entrare nelle case e nelle cantine per vedere la devastazione; persone morte con le mani legate, torturate dall’esercito russo per avere informazioni sul dove si trovassero le postazioni militari, il tutto in città che non erano certo in guerra.
Noi sicuramente non potremmo mai identificarci in situazioni simili, la percezione delle guerre come in Siria ed Iraq è la lontananza da noi.

Il dubbio che serpeggia tra i nostri ragazzi è: “ma ci si accorge solo adesso delle guerre ? E la guerra in Siria e quella in Palestina ? Ora sembra ci sia solo la guerra in Ucraina e non è giusto; anche nei nostri paesi la gente muore”.
Critica giusta e vera, secondo Stefania; il cinismo della politica concentra l’attenzione sulle cose che minacciano la nostra sicurezza e quindi su disastri vicini a noi; per l’occidente l’Ucraina è un confine ed è anche politicamente importante.
E’ molto importante non farci ingannare da questo benaltrismo e dire “oggi ammazzano gli ucraini, vabbè ma c’è ben altro, Palestina, curdi ecc.”, volta per volta concentriamoci su una situazione ed affrontiamo le responsabilità; è importante non cadere nel gioco della propaganda.
Su queste situazioni purtroppo i giornalisti possono fare ben poco, loro riportano i fatti ma la “stanza dei bottoni” è gestita da “altri”.

Stefania Battistini e Don Claudio Burgio

Il racconto di Stefania non si è fermato qui: “colti all’improvviso dalla realtà dell’attacco russo noi giornalisti eravamo inermi, senza giubbotti antiproiettile e senza caschi, successivamente li abbiamo acquistati anche se scaduti poiché i militari tenevano per loro quelli nuovi; ci passavano in continuazione razzi sopra la testa, siamo stati colti alla sprovvista non eravamo partiti per andare in guerra”.
Per tutto il mese successivo le strade per uscire dall’Ucraina erano bloccate, l’esercito russo, nonostante le regole dei corridoi umanitari, sparava alle famiglie che cercavano di scappare in auto uccidendo civili.
Hanno distrutto palazzi, ospedali, scuole, magazzini e case della cultura che contenevano cibo, hanno colpito il sistema elettrico ed idrico; era un paesaggio apocalittico, il popolo ucraino era senz’acqua, senza elettricità, senza gas e con le misure igieniche ridotte all’osso.

Tutta questa devastazione renderà più difficile la ricostruzione delle città colpite, il loro ritorno alla vita ed è assolutamente inimmaginabile per persone come noi ritrovarsi in una situazione così devastante.
Paradossale è che tutte le guerre, nonostante la loro crudezza e crudeltà, hanno delle regole ben precise: non bombardare i centri abitati, non bombardare gli ospedali, non bombardare le scuole ma soprattutto non colpire i civili; il modo di agire dell’esercito russo è guidato dalla ferocia o almeno così è come appare.

Ma allora, quando nasce un conflitto che sia esso tra nazioni o tra gang rivali, come il problema di San Siro, è possibile prevenire ? E una volta che parte il primo bombardamento o la prima pugnalata cosa possiamo fare? Ad oggi sembra che la situazione non si stia risolvendo e quindi, c’è un modo per almeno arginare tutto questo ?

Stefania ci ha dato il suo punto di vista: “no, purtroppo le dinamiche umane si ripetono sempre, finché non si incontra una persona “illuminata” come don Claudio, che ti dice – ma fermiamoci un attimo guardiamoci negli occhi, siamo la stessa cosa anche io ho avuto un’infanzia difficile, anche io ho sofferto –; se riuscissimo a vedere lo stesso dolore negli occhi degli altri, se riuscissimo a fermarci, a dimenticarci un secondo di noi stessi e vedessimo che poi alla fine siamo tutti uguali e che tutti vogliamo bene al nostro cane e lo vogliamo portare via dai bombardamenti; anche il soldato che spara ha un genitore a casa che non vuole veder morire, vorrebbe salvare la sua casa dalle macerie e vorrebbe salvare tutto quello che ha costruito. Alla fine siamo fatti semplici, siamo fatti dei nostri affetti, delle cose a cui vogliamo bene e vedere lo stesso bene e la stessa sofferenza negli occhi degli altri dovrebbe indurci un attimo a fermarci e capire che alla fine siamo felici tutti e due se stiamo in pace; magari poi ci stiamo sulle balle, uno va da una parte e uno dall’altra ma non ha senso accoltellarsi perché è peggio per tutti e due, è, come si dice, un “gioco a somma zero” in cui si perde tutti. Tutto sommato ignorarsi è un gioco “we win“ in cui si vince sempre, alla fine io non mi prendo una coltellata nel fegato, risparmio la mia casa, mi tengo il mio cane nella mia stanzetta, me ne vado e ti ignoro. La capacità di fermarsi di noi piccoli è quella che conta perchè poi i grandi giochi sopra le nostre teste, ovviamente, ignorano quelli che sono i piccoli sentimenti che sono invece i grandi sentimenti dentro le nostre case. Io credo che sia il presidente Zelensky che il presidente Putin abbiano degli affetti forti nelle loro case che tengono a tutelare”.

Quindi, invece che nascondere i propri sentimenti, è importante guardarli, guardare i sentimenti degli altri, cercare di rinforzare la propria empatia.

Kledian, Stefania Battistini, Don Claudio Burgio, Aladin

Purtroppo in questa generazione non è molto diffuso come atteggiamento, è davvero difficile ammettere con se stessi che si soffre, è più semplice ignorare e se non si riesce a vedere la propria sofferenza è impossibile vedere quella degli altri; in fondo basterebbe ammettere di non essere degli highlander, che qualche debolezza la si può avere e se la riconosciamo possiamo gestirla e controllarla.

 

Stefania ci ha raccontato di aver avuto molta paura mentre era in Ucraina, paura per se stessa ma soprattutto per i suoi operatori; non sapeva come affrontare la situazione, ma ha aggiunto che ammettere a se stessa tutti questi sentimenti l’ha resa più forte, tanto da convincerla a tornare nei territori ucraini, per dar voce a chi non ce l’ha, altre due volte.

“Che cosa abbiamo fatto a Putin per meritarci questo?” chiedono gli ucraini ma anche i giovani militari russi ai quali era stato detto di andare in Bielorussia per un’esercitazione e si sono ritrovati successivamente ad attaccare realmente l’Ucraina.

Secondo i racconti del popolo ucraino nelle file dell’esercito russo erano presenti anche minorenni, spaventati da tutta la situazione, impauriti, che volevano tornare a casa e proprio chi veniva attaccato li ha aiutati, coprendoli dal freddo, rifocillandoli, dandogli il cellulare per chiamare a casa.

Il popolo sotto attacco ha guardato negli occhi i giovani russi e ne ha colto paura e dolore e senza pensarci due volte hanno teso una mano in segno di aiuto.

Tra i nostri ragazzi c‘è Valerij che viene dalla Russia ed il suo commento alle immagini che Stefania ci ha mostrato è stato commovente ma soprattutto vero: “da russo vedere queste immagini mi fa male, vedere il proprio paese che pian piano distrugge un altro paese, persone con la stessa lingua, con la stessa cultura, con la stessa religione; vedere sottomettere le stesse persone che magari hai di fianco, che hai vicino, persone che vengono uccise … tutto questo fa davvero male”.

Kledian, Stefania Battistini, Don Claudio Burgio, Aladin

Purtroppo la guerra separa, in Ucraina ci sono famiglie separate dai confini, padri, figli, fratelli e sorelle che non possono più vedersi e faticano a sentirsi in nome di un conflitto che nessuno ha voluto.

Facendo un paragone con il nostro mondo è quello che sta succedendo tra i trapper; l’ultimo in ordine cronologico è l’agguato a Simba La Rue.

Ma se è vero che al mondo siamo tutti fratelli, come si può arrivare a questo ? Il popolo ucraino potrà mai perdonare ? Potrà farlo velocemente ?

La guerra provoca odio, odio creato dall’alto, dai governanti, odio che probabilmente andrà avanti per generazioni.

Ma la domanda più dolorosa è: perchè ?

Don Claudio Burgio e Stefania Battistini

Il tutto nasce dall’atteggiamento imperialista russo, dall’idea di Putin di doversi affermare come superpotenza. Il presidente vuole riportare la  Russia alla situazione precedente la caduta del muro di Berlino, era il periodo della guerra fredda e questa è una situazione che va avanti dal 2008.

Parte in causa sono anche le accuse all’Occidente per il mancato rispetto degli accordi degli stati cuscinetto, le basi missilistiche viste come minaccia, la Cina che evita il conflitto poiché più incentrata sulla guerra economica; e nonostante le grandi istituzioni che hanno lottato per la pace in altri luoghi abbiano raggiunto l’obiettivo, purtroppo la sete potere la fa da padrone.

In tutto questo esiste un forte paragone con il mondo di Kayrós, entrare in comunità ti stravolge la vita, qui ogni ragazzo nuovo è come fosse al fronte, non conosce gli altri, pensa alla fuga, è arrabbiato con il mondo; qui le mura, gli armadi e le porte parlano.

Bisogna però affrontare le situazioni paurose, ognuno di noi è in grado di farcela, perché la necessità, il bisogno e soprattutto la paura ci portano a scoprire capacità nascoste, portano alla luce la forza interiore che nessuno di noi sapeva di avere.

Spesso sentendo le loro storie non si può non riconoscere che non tutta la colpa è loro, ma proprio per questo bisogna trovare quella forza che ti fa dire: “ok hai sbagliato con me, ho sbagliato con te … va bene avevamo i nostri motivi; ora possiamo accettare e passare oltre per poter continuare la nostra vita verso un futuro migliore”.

 

Con una nuova consapevolezza sicuramente Stefania tornerà nuovamente in quei luoghi di guerra per dar voce a chi non ce l’ha, a quelle stesse persone che i primi giorni li trattava con distacco, che quasi aveva paura dei giornalisti ma che nelle volte successive li ha ringraziati perché la loro presenza li faceva sentire meno soli, sapendo che cosi possono chiedere aiuto; ed i giornalisti come Stefania sono consapevoli che è solo raccontando la realtà che si può aiutare gli ucraini tenendo alta l’attenzione del “pubblico occidentale”.

 

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