“Il testimone deve infondere speranza facendo comprendere che la vita vale se è donata”: questa frase di don Pino Puglisi ha accompagnato l’anno della nostra comunità vissuto “Sulle tracce della memoria della mafia”. Un percorso iniziato a Milano in gennaio grazie a incontri con parenti di vittime della criminalità organizzata, a momenti in città vissuti con l’Associazione Libera fino a giungere a Palermo dal 23 al 26 luglio con 13 ragazzi che vivono a Kayros.

Cosa siamo andati a cercare a Palermo? Le storie di uomini che – come Marisa Fiorani, mamma di una ragazza uccisa dalla Sacra Corona Unita incontrata a Milano in comunità – sono certi di poter donare la propria vita per infondere speranza. Avere speranza significa poter vivere un presente pieno di ferite e sacrifici, certi che la vita ha un senso se attraversata e vissuta in ogni suo aspetto.

Nei tre giorni vissuti a Palermo abbiamo rivissuto le storie di vita di don Pino a Brancaccio e quelle di Falcone e Borsellino in tribunale grazie all’incontro con Valentina Casella dell’oratorio di Brancaccio, Carmelo Pollichino di Libera, Salvatore Inguì direttore dell’USSM (Ufficio di Servizio Sociale per Minorenni) di Palermo, Marco Panebianco dello staff della Fondazione Progetto Legalità in memoria di Paolo Borsellino, Diego Lo Porto del Centro di Solidarietà di Castellamare e Liborio Evola dell’Associazione Rossa Sera di Alcamo.

Ci siamo portati a casa le storie di tre uomini che non hanno lottato contro la mafia facendo una rivoluzione armata, ma che con le loro vite, il loro essere, il loro lavoro hanno vinto la mafia semplicemente mostrando che è possibile essere liberi e non si è obbligati a sottostare alla volontà del potere mafioso. Indispensabile mostrare ai ragazzi in comunità questa possibilità di scegliere un’altra strada, di non essere obbligati a sottostare alle logiche della gang o degli spacciatori. Questi tre uomini non sono stati vinti dalla mafia nel momento in cui sono stati uccisi, ma è accaduto il contrario. Ognuno dei testimoni incontrati ci hanno detto la stessa cosa in momenti diversi e senza neppure conoscersi: “La gente comune ha capito che don Pino, Falcone e Borsellino hanno vinto quando sono stati uccisi perché la mafia non riusciva più a governare sul popolo, quegli uomini avevano introdotto una possibilità nuova per ciascuno di noi: essere liberi. Poter vivere la propria vita senza dover per forza sottostare al potere altrui”.

Educare per noi diventa perciò favorire opportunità in cui permettere ai giovani di potersi esprimere, poter conoscere e approfondire le proprie passioni senza sostituirsi ai ragazzi nelle scelte e nelle strade da prendere.