
di Leonardo Di Costanzo, con Barbara Ronchi, Roschdy Zem, Diego Ribon, Valeria Golino, Giorgio Montanini, Hippolyte Girardot, Italia/Svizzera, 2025, 105 min.
Il tema della giustizia riparativa è argomento importante e delicato. In un tempo in cui sembra impossibile guardare all’altro senza giudicarlo con durezza, tanto più se ha commesso un reato grave, il film Elisa di Leonardo Di Costanzo invita a sostare davanti a una domanda scomoda: è possibile non ridurre un assassino all’orrore del gesto che ha compiuto?
La protagonista, Elisa, è una donna che da dieci anni si trova in carcere per avere ucciso la sorella maggiore e aver dato il corpo alle fiamme. Lei stessa sembra incapace di dare un senso a quanto accaduto: nella sua memoria c’è un buco nero, un blackout che ha cancellato la coscienza del delitto. L’incontro con il professor Alaoui, criminologo che inizia a dialogare con lei con pazienza e senza pregiudizi, fa emergere frammenti di ricordi, fino a riaprire squarci dolorosi nel rapporto con la famiglia: l’odio di una madre, l’amore di un padre, i legami fragili con fratello e sorella.
Di Costanzo prende spunto dal libro Io volevo ucciderla dei criminologi Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali, che da anni lavorano proprio nell’ambito della giustizia riparativa: non negare la colpa, ma neppure ridurre il colpevole a quell’unico gesto. È un approccio che non cancella la responsabilità, ma apre un varco alla possibilità di un incontro. Il carcere in cui Elisa sconta la pena, in Svizzera, non è fatto di corridoi e sbarre ma di piccole case immerse nel verde, dove le detenute cucinano, coltivano, tentano di ricostruire una vita quotidiana dignitosa. Un contesto che rende visibile la tensione del film: non la punizione come fine a sé stessa, ma la fatica di ritrovare parole e sguardi. Ma Elisa, che a 35 anni sembra considerare finita la sua esistenza, non solo si apre allo sguardo misericordioso di chi le è attorno (la guardia di sorveglianza) ma a un certo punto cerca di chiudere anche il rapporto con il padre che, amorevolmente, non l’ha mai abbandonata.
Il racconto procede tra dialoghi sobri, lunghi silenzi e flashback che riportano con durezza all’atto compiuto. Barbara Ronchi dà al personaggio fragilità e ostinazione, mentre Roschdy Zem nel ruolo del criminologo è presenza sobria e attenta. Di Costanzo sceglie un linguaggio asciutto, senza concessioni allo spettacolo, capace di restituire lo scandalo del Male senza compiacersene. Molto toccante anche un breve cameo di Valeria Golino, madre di una vittima che cerca invano spiegazioni: un’altra ferita che ricorda quanto il dolore non si chiuda mai facilmente.
Il cuore del film è la domanda: che cosa resta dell’umano, dopo un crimine? Elisa non offre risposte semplici, ma mostra che uno spazio di recupero può nascere quando qualcuno sceglie di guardare il colpevole come persona. È qui che la giustizia riparativa trova senso: non un’attenuazione della pena, ma il tentativo di rimettere in gioco l’umanità di chi ha sbagliato e di chi porta ancora le ferite di ciò che ha commesso.
Antonio Autieri
Critico cinematografico
Direttore di sentieridelcinema.it





