La casa degli sguardi
di Luca Zingaretti, con Gianmarco Franchini, Luca Zingaretti, Federico Tocci, Chiara Celotto, Alessio Moneta, Riccardo Lai, Marco Felli, Cristian Di Sante, Filippo Tirabassi – Italia, 2024, 109 min.
Marco ha poco più di vent’anni, una sensibilità estrema e una ferita profonda che lo spinge verso una dipendenza autodistruttiva dall’alcol. La poesia, che pure ama (ha pubblicato la sua prima raccolta), non basta a salvarlo. Dopo l’ennesimo incidente, finisce in ospedale: ed è proprio lì che inizia, senza che lui lo cerchi davvero, un percorso di rinascita. Spinto dal padre e dal suo editore, Marco viene assunto in una cooperativa che si occupa delle pulizie all’interno dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù. Un lavoro umile, faticoso, apparentemente senza prospettive. Eppure quello spazio, fatto di corridoi, turni e incontri quotidiani con la sofferenza innocente dei bambini, diventa lentamente una casa. Non un rifugio che protegge dal dolore, ma un luogo che costringe a stare nella realtà, a guardarla senza difese.

È qui che La casa degli sguardi trova il suo cuore più autentico: nello sguardo, appunto. Nei malati che non vengono ridotti alla loro diagnosi, nei colleghi ruvidi ma solidali, capaci di una fraternità semplice e concreta. E soprattutto in alcuni rapporti imprevisti e imprevedibili: come quello, silenzioso, che nasce tra Marco e un bambino ricoverato, che ogni giorno lo osserva dalla finestra e gli rivolge gestacci provocatori. Sembra un gioco, ma è una scelta: quel bambino ha visto Marco, lo ha riconosciuto. Tra i due nasce un legame fatto solo di sguardi, a distanza, senza parole. Un incontro minimo, ma decisivo, che restituisce a Marco la possibilità di sentirsi ancora atteso. Accanto a lui c’è il padre, presenza discreta e testarda, che forse non comprende fino in fondo il dolore del figlio, ma non smette di accompagnarlo.
Tratto dall’omonimo, straordinario romanzo d’esordio di Daniele Mencarelli, il film sceglie una prospettiva più laica e umanistica rispetto al libro (e questo è un peccato), ma ne conserva la fiducia nell’essere umano e nella rinascita che nasce dall’incontro con l’altro. La parabola di Marco non è lineare: è fatta di cadute, passi indietro, ferite che non si chiudono. Ma il film suggerisce che la salvezza non passa dall’eroismo o dalla cancellazione del dolore, bensì dall’accorgersi delle mani tese, degli sguardi che non giudicano. La casa, qui, non è un premio, ma una possibilità: il luogo dove si impara a restare, a non odiarsi, e da cui può lentamente nascere un futuro.
Antonio Autieri
Critico cinematografico
Direttore di sentieridelcinema.it




