IL PADRE GENERA SE È GENERATO

Un ragazzo ospite della nostra comunità un giorno mi disse: “Sai don Claudio, io ho avuto due genitori ma non ho mai avuto un padre e una madre”.

Queste parole sono rimaste scolpite nel mio cuore, perché nella loro crudità dicono che mettere al mondo dei figli non significa di per sé generarli alla vita.

Diventare padre non è qualcosa di automatico, per diventarlo devi camminare, devi essere disposto a mettere in discussione le tue sicurezze, il tuo schema educativo.

L’esperienza della paternità comporta non trasmettere semplicemente parole, convenzioni, regole, ma proporre la tua vita, anche con i tuoi limiti, i tuoi errori, le tue fragilità.
La vera generatività si costruisce nella disponibilità a lasciarsi costantemente generare.

Molti trapper – e a Kayròs ne sono passati, in questi anni – hanno spesso nelle loro canzoni la parola “real”: i giovani, e non solo loro, hanno bisogno di incontrare persone autentiche, vere.

Diventare padre vuol dire accettare di lasciarsi plasmare dalla realtà ed essere disponibili a “esporsi”, ad abbandonare la propria comfort zone per inoltrarsi a volte in territori inesplorati.
Solo vivendo pienamente e intensamente la realtà è possibile affrontare nella loro vera dimensione i problemi che la vita propone. Pensare invece che sia sufficiente applicare uno “schema educativo” significa condannarsi all’irrilevanza.

Siamo immersi in una cultura prestazionale sempre più esigente, che detta i suoi paradigmi nella scuola, nello sport, nel mondo del lavoro, nei rapporti interpersonali, ma dentro questi paradigmi i giovani si sentono sempre più stretti.
Per questo reagiscono, e mandano segnali chiari di disagio e di rifiuto.
Un tempo, all’epoca della contestazione e anche più tardi, esisteva la contestazione dell’adulto, oggi esiste piuttosto l’irrilevanza dell’adulto: l’adulto, più che venire contestato, non viene proprio guardato.

Due cose sono necessarie per essere davvero padri: essere testimoni credibili, capaci di proporre un’ipotesi di vita con la quale i giovani si possano misurare e che si costruisce in un confronto continuo con loro, e accettare il rischio della libertà, che implica il fatto che li stimiamo, che li riteniamo capaci di decidere qual è il bene che desiderano per sé.
Sta nella disponibilità ad assumersi questo rischio educativo il vero significato della parola autorità, nel significato latino di “ciò che fa crescere”.

Servono adulti liberi da ogni pretesa sul destino dei figli, protesi ad offrire un’ipotesi di vita che possa reggere il confronto con la realtà e consapevoli che non ci può essere per i figli una felicità che non sia scelta da loro.

Conservo nella mia camera un quadretto che qualche anno fa, in occasione della festa del papà, mi hanno regalato i ragazzi di Kayròs con questa frase: “Non ci hai mai detto come vivere, ti sei lasciato guardare e noi abbiamo capito”.

Don Claudio Burgio